Medicina e Mediterraneo

MED e MED

Medicina e Mediterraneo

Testimonianze Sintesi del Diario 

 

 

 NOTE SINTETICHE dalla MISSIONE SOCIOSANITARIA
e MEDICO-CHIRURGICA PERSONALE di Luigi GENTILINI in TANZANIA

 


L’otto settembre 2006

parto da Roma via Addis Abeba per Dar es Salaam.
Arrivo la mattino del 09, sabato – jumamosi, (il primo giorno della settimana in lingua kiswahili) a Dar es Salaam (DeS). Il nome originario era Bandar es Salaam (Porto della pace) quando la località costiera, fornita di ampia insenatura e buon riparo dai monsoni e tempeste ai sambuka, era sotto la sovranità del Sultano di Zanzibar.
All’aeroporto transito rapidamente, meravigliando tutti, poiché il visto l’avevo preso allo scalo intermedio del Kilimangiaro. Vengo accolto da Ignas Dandah, sanitario capo e Onesmo Ngenzi, amministratore dell’Ospedale del Namanyere Designated District Hospital (NDDH) cortesissimi ed attivi e da Giuseppe Pontieri, premuroso ed efficiente appuntato dei carabinieri, entusiasta del servizio che svolge da dieci anni, da un uno responsabile della sicurezza all’Ambasciata Italiana in Tanzania.
Le prime 24 ore le passo a DeS per ambientarmi, ipotizzare e pianificare assieme ai due rappresentanti del NDDH e alcuni dirigenti della folta comunità benedettina in Tanzania, con br. Jerome quale responsabile, una possibile collaborazione operativa e organizzativa tra il personale sanitario, amministrativo e docente della loro struttura periferica e l’Associazione MED e MED Onlus Medicina e Mediterraneo che rappresento.

 


  La mattina del 10 domenica - jumapili,

 quasi all’alba, ci avviamo via terra con una robusta vettura datata, ma rimessa perfettamente a punto dai frati africani, formidabili meccanici, uno in particolare br. George, capaci di “ricostruire” i pezzi difettosi o mancanti del motore al tornio, facendo onore alla regola dell’Ordine benedettino “Ora et labora”.
Ci avviamo, il sottoscritto, Dandah, Ngenzi e br. Dominique che riporterà in dietro la macchina quando noi proseguiremo in fuoristrada. Attraversiamo il caotico traffico della città, in direzione di Morogoro un primo centro abitato a circa 150 km dalla partenza. Il panorama è di pianura, il fondo stradale è asfaltato con due corsie, una per senso di marcia, opera della repubblica popolare cinese, abbastanza ben per tenuto malgrado la rara manutenzione. Il traffico tiene rigorosamente la sinistra come eredità dell’epoca coloniale inglese e l’uso del clacson è pressoché continuo poiché chi guida non rallenta affatto o appena un po’ nell’attraversamento dei centri abitati. L’acuto richiamo sonoro ha la funzione di aprire veri varchi in maniera decisa tra i capannelli o aggruppamenti più grandi di persone e di animali che malauguratamente incappano sulla direttrice di marcia, come sarà stato per Mosè giunto sul mar Rosso. I rari ciclisti che non fanno a tempo a scostarsi cadono rovinosamente sui prati che costeggiano la strada con tutti gli enormi carichi che trasportano, senza fiatare. Proseguiamo alla media di 80/90 km in direzione di Mikumi altro centro abitato tipico con abitazioni fatte prevalentemente da capanne ben ordinate e tanti animali domestici che tranquillamente pascolano tra le case, anche per loro valgono i segnali sonori dei potentissimi clacson, sembrano talmente abituati che si scansano con tempestività da suspance, all’ultimo istante Ci avviciniamo rapidamente al momento di attraversare il fiume Grande Ruaha con le rive ricoperte da vaste estensioni di “Sisal”, piante dalle quali si estraggono le fibre filamentose fino a qualche anno impiegate per tessere stoffe, oggi in parte sostituite dalle fibre sintetiche. Superato il grande corso d’acqua che si dirige verso Kidatu ci si addentra nella zona del parco nazionale ove incontriamo diverse specie di animali liberi, singoli, in branchi e a coppie come giraffe, elefanti, zebre e tantissime scimmie di tutte le dimensioni. Da questo punto lungo la strada incontriamo ogni 50, 100 metri cunette artificiali trasversali sul percorso per rallentare di proposito la corsa dei mezzi a protezione degli animali.
Arriviamo a Iringa, altro centro abitato situato verso i primi rialzi delle montagne dedicate a Livingstone, qui l’aria comincia a rinfrescare. Ci fermiamo per incontrare i familiari di Ngenzi, l’amministratore dell’Ospedale che sta viaggiando con noi. Il dottor Ignas Dandah è originario di questa località, qui mangiamo uno Yogurt alla frutta prodotto in questa località, buono! Dopo una sosta per riposare, bere, mangiare e convenevoli, mentre il sole comincia a calare, iniziamo a salire verso Sao Hill continuando a percorrere la strada a bassa velocità forzata dalle cunette distribuite a caso, ma sempre efficacissime perché non segnalate.
Ci dirigiamo quindi verso Makambako ove arriviamo con il tramonto e un discreto frescolino, mancano gli ultimi 100 km e i tornanti più ripidi per arrivare, per l’ora di cena, ad Mbeya, grosso centro abitato a circa 1200 metri s.l.m. e a poco meno di 900 km da D e S.
Qui trascorriamo la notte in accoglienti alloggi della comunità dei Benedettini africani.
 


L’11 lunedì - jumatatu,

 la mattina presto, dopo una brevissima messa, carichiamo bagagli personali e materiale destinato al NDDH. su una grossa fuoristrada che ci dovrà condurre su strade in parte asfaltate e in parte di terra battuta che da Mbeya  superano la deviazione per il Malawi e dopo conducono a Tunduma città molto movimentata perché sede di confine con lo Zambia, lungo le strade principali è possibile vedere e comprare di tutto. Sostiamo circa un’ora per uno spuntino a base di “cihai” il thè locale fortissimo e ciapati e/o sambuci, i primi sembrano piedine fritte i secondi ravioli fritti ripieni di verdure o carne macinata.
Da Tunduma in poi le strade sono tutte di terra rossa battuta, non c’è più bisogno delle cunette per rallentare la corsa perché ci pensano le numerose e spesso profonde buche e avvallamenti ricordi delle stagioni delle piogge che qui sono intensissime da gennaio a tutto aprile isolando spesso per lunghi periodi i centri abitati. Da Tunduma puntiamo su  Sumbawanga, capoluogo della regione di Rukwa, dal nome dell’omonimo lago grande all’incirca come il Garda, nel distretto di Nkasi, solo 300 km, si fa per dire, ma duri da percorrere a una media di appena 50 – 60 km. Ogni tanto ai lati della strada si vedono sacchi di carbone o secchi di frutta che sembrano abbandonati, ma appena ci si ferma si materializza, come per incanto, il proprietario che viene deciso a trattare il prezzo.
Arriviamo a Sumbawuanga all’una giusto in tempo per essere invitati a pranzo dal Vescovo Damian Kyaruzi (chiamato Bishop all’inglese) che ci riceve molto cordialmente e per la prima volta mi fa assaggiare le banane cotte nel pomodoro e servite come primo patto. L’incontro è molto cordiale e getta le basi per la collaborazione e cooperazione tra la mia – missione umanitaria e chirurgica e gli operatori dell’ NDDH.
Lasciamo Sumbawanga nel pomeriggio ed arriviamo poco dopo cena all’Ospedale ove trovo solo per poco la luce elettrica perché alle 22 viene tolta e si passa ad usare i “fanus” lumi a petrolio per tutti. Dopo mi concedo una profonda dormita in una dignitosa stanzetta dell’Ospedale, vicino alla farmacia, al cortile dei mezzi fuoristrada e a quella di Dandah.
  


Il 12 martedì - jumaanne Dandah,

come primo medico e responsabile dei servizi mi presenta, in un ottimo “afringlese”, a tutto il personale riunito nell’atrio del NDDH e mi fa conoscere in particolare alcuni dei più stretti operatori e collaboratori, quindi mi augura buona permanenza e buon lavoro. Rispondo ringraziando per gli auguri e chiedendo a tutti la collaborazione per far emergere le proposte e le carenze, per loro prioritarie, e ad individuare le soluzioni. Quindi metto a disposizione la mia esperienza maturata nei contatti internazionali non solo in Africa ma soprattutto in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Eseguo immediatamente una minuziosa visita ai reparti, accompagnato da Amando Sangallo il dirigente della scuola infermieri e figura professionale importante. Alcuni reparti sono occupati in pieno, altri solo in parte o quasi disabitati. Visito altresì alcuni locali in costruzione destinati alla scuola infermieri, altri in avanzato stato allestimento che saranno destinati agli allievi che risiederanno come convitto. Scopro che l’acqua scarseggia e per questo è razionata, non solo nella mia camera, ma anche quella destinata ai malati nei reparti e in particolare nella camera operatoria ove l’energia elettrica, in assenza dell’alimentazione centrale, è garantita da un piccolo “gruppo elettrogeno” (diesel) , come per automobile.
Martedì è giornata dedicata agli interventi operatori maggiori e programmati, ma in tutti i giorni è possibile operare e in qualsiasi ora, basta accendere il “motorino”!
Entro subito in campo (in sala operatoria) e collaborando all’esecuzione dei primi interventi chirurgici i Tanzania: appendicectomie, plastiche per ernie e tagli cesarei con legature delle tube nelle Pazienti sottoposte a tagli cesarei ripetuti, trovando un ottimo affiatamento.
Finita la seduta mi reco in visita in corsia dove trovo tanti malati di malaria, soprattutto bambini con le sequele delle complicazioni polmonari, gastroenteriche, urologiche e neurologiche molto frequenti in tenera età. Tanti bambini sono ricoverati per gastroenteriti gravi, alcuni fortemente disidratati sono reidratati per via parenterale. Altre patologie ricorrenti sono le fratture che vengono ridotte sotto abilissima guida manuale dal primo medico che si trova a portata di mano anche se Dandah è sempre disponibile. I medici sono tutti intercambiabili per eseguire visite e medicazioni, salvo i casi di pazienti particolarmente collegati a qualche sanitario o casi ritenuti complessi che hanno bisogno per le scelte terapeutiche di decisioni collegiali. Per tenere in ordine le camere operatorie non c’è gerarchia, tutti sono molto volenterosi e capisco che lo fanno abitualmente, non per scena.
La maggior parte dei prodotti farmaceutici, chirurgici e per infusione sono di produzione indiana tutti certificati Alla fine della giornata chiedo di fare la prima riunione ristretta per individuare le carenze, bisogni, priorità e prevedere sviluppi a lunga scadenza. Si comincia da un inventario delle richieste essenziali e di quelle che possono essere scaglionate nel tempo.
La sera dopo cena andiamo a trovare a casa Padre Kalymbiro Parroco di Namanyere che abita nel cosiddetto quartiere “Parisch” che mi traducono “della Parrocchia”.
Parliamo un po’ di tutto, mi dice che nel suo territorio gli abitanti sono per il 60 % cattolici, un 20.25% legati alla religione locale animista e un 15% sono musulmani con scarsa tendenza all’espansione diversamente dai centri abitati costieri della Tanzania ove gli attriti sono maggiori anche se i Cattolici sono sempre in prevalenza.
  


Il 13 mercoledì – jumatano

Nuovo accurato giro per i reparti, collaboro nelle medicazioni, nell’aggiornamento delle terapie e soprattutto mi soffermo negli ambulatori ove mi presentano i casi particolarmente impegnativi: un voluminoso tumore del testicolo di un uomo relativamente anziano, perché la loro aspettativa di vita supera raramente i 65 anni, il secondo caso complesso è un voluminoso tumore della coscia di un ragazzo di 15 anni, sicuramente un sarcoma, un appendicite acuta con reazione peritoneale e un ragazzo ustionato.
Assieme a Dandah e agli altri medici Wenceslaus Solas, Felister Mango, Wilington Msinjili decidiamo di mettere il ragazzo del sarcoma in lista operatoria per il giorno dopo proponendo una amputazione di coscia, a patto di trovare almeno una unità di sangue da trasfondere in caso di emorragia poiché la massa e fortemente irrorata.
Faccio visita successivamente negli ambulatori ove vengono visitati i malati o sospetti di AIDS e qui la suora addetta (Sr. Mary Mashine) a dispensare consigli e medicinali mi fa vedere i registri, gli opuscoli che illustrano i consigli per evitare il contagio come evitare rapporti occasionali o usare i profilattici anche come prevenzione di gravidanze non desiderate. Poiché alla fine sono sempre le donne a dover pagare.
Nel pomeriggio vado in un villaggio vicino a Chala 15 km dal NDDH per visitare una donna con probabile morte intrauterina del feto, una visita accurata e l’auscultazione del BCF (battito cardiaco fetale) poco chiaro ci fa consigliare di ricoverarla per tenerla in osservazione, ce la portiamo con noi indietro. La sera resto in Ospedale per seguire con i colleghi il caso e cominciare a mettere a punto una bozza di programma di collaborazione
 


Il 14 giovedi  - alhamisi

 brevissima messa, una colazione di corsa e subito in sala operatoria dove mi aspettano gli interventi di piccola chirurgia che lascio fare ai medici più giovani che vanno e vengono con immensa naturalezza, sempre tempestivi, ma senza orari rigidi, molto elastici, ma essenziali e soprattutto molto motivati.
Vengono eseguiti tre tagli cesarei uno dei quali mi viene dedicato, nasce un bel figliotto di 3,700 kg molto chiaro come sempre alla nascita solo lo scroto è molto scuro, è tutto ricoperto da uno spesso strato di vernice caseosa che viene in parte rimossa dal primo bagnetto sommario. Segue l’intervento di orchiectomia sinistra per il voluminoso tumore del testicolo visto il giorno prima Segue un intervento di appendicectomia già in fase di peritonite, intervento delicato, ma con ottimo risultato, come dato secondario, ma non di poco conto è che si tratta della nipote di un importante Santone musulmano, grande anche fisicamente.
Da notare che tutti gli anestesisti sono efficientissimi e il personale di camera operatoria si scambiano ruoli e funzione in un clima di grande cordialità.
Nella pausa dopo la prima serie di interventi arrivano i soliti “ciappati” e “sambuci” che trovo sempre più buoni e vengono somministrate abbondanti dosi di Chiai caldo e dolce..
Riprendiamo la seduta con l’impegnativo intervento di amputazione di coscia al terzo medio per la presenza del voluminoso osteosarcoma a partenza dall’estremo distale del femore con diffusione verso il ginocchio. L’intervento è molto traumatico, il giovane Paziente, già anemico di base perde una modica quantità di sangue che viene reintegrato con l’unità che era stato messo da parte in previsione dell’emergenza. Con regolare e gradita tempistica vengo contattato dall’Ambasciata Italiana per un aggiornamento del mio lavoro – soggiorno.
 
Nel pomeriggio mi intrattengo con le suorine addette agli ambulatori (Sr. Karahangabo e Banzabuase) per l’educazione dai danni del fumo, provano a fare anche a me una lezione per non farmi fumare le mie cinque sigarette giornaliere, ma poi sorridono e me le concedono. Anzi mi dicono che quando mi finirà il pacchetto loro mi procureranno le “Safari” che sono le migliori prodotte in Tanzania!
Eseguo e collaboro all’esecuzione di visite, consiglio e intervengo con decisione suscitando l’approvazione dei colleghi e del personale infermieristico.
La sera dopo cena con un gruppo di colleghi cominciamo ad individuare i più evidenti e più urgenti bisogni del NDDH.
 


15 Venerdi – jumaa

Dopo una breve colazione mi reco immediatamente in reparto per eseguire la visita ai Pazienti operati il giorno prima e ai numerosi degenti malati principalmente di malaria e sue complicanze, dissenterie, monotraumi o politraumatizzati. Faccio un passaggio nell’ ambulatorio ove vengono eseguite le ecografie con un apparecchio molto datato con una unica sonda riuscendo a produrre dei miracoli di interpretazione. Faccio un accurato passaggio al laboratorio di analisi ove le macchine e i reagenti lasciano poco spazio di manovra per arrivare a realizzare indagini sofisticate. Successivamente passo per una visita in radiologia dove la tecnologia è veramente fatiscente ed in più ogni volta che si devono avviare le procedure che richiedono energia elettrica, si deve accendere il gruppo elettrogeno sistemato vicino alla camera operatoria. Mi reco successivamente con Amando il Direttore della Scuola infermieri dedicata alla Santa africana della Tanzania Sister BAKITA per vedere nei particolari le reali potenzialità e possibilità di avviamento dell’Istituto.
Nel pomeriggio assieme a Dandah, Ngenzi e Amando mettiamo giù una prima bozza di progetto di collaborazione tra Italia e Tanzania nello specifico con la struttura del NDDH. Faccio stampare quattro copie della bozza che consegno a ciascuno per lavorarci sopra almeno due giorni per poi rivederla lunedì e preparare e sottoscrivere l’atto conclusivo.
La sera dopo cena vado a casa di Ngenzi che abita vicino al NDDH , ma fuori quasi di fianco la parrocchia nel rione Parisch. Discorriamo piacevolmente bevendo qualcosa di fresco, si sono procurati carinamente in mio onore una bevanda alcolica italiana che centelliniamo.
 


16 Sabato – jumamosi

Appena alzato mi reco da solo in un punto leggermente elevato (pochi metri) che si trova alla periferia del rione Parisch per riprendere il levarsi del sole da dietro le cime delle montagne di Livingstone e di alberi maestosi, la ripresa viene accompagnata dal suono delle campane della chiesa. Breve colazione, accurato giro nei reparti, mi soffermo in particolare dagli operati, cesarei, appendicectomie, erniectomie e l’amputazione di coscia che sta facendo lievi progressi sia fisici che psicologici. Controlliamo i principali parametri, temperature, diuresi, canalizzazioni e pressione, eseguo alcune medicazioni soprattutto quelle che richiedono un particolare maggiore impegno e cerco di intrattenermi soprattutto con le madri dei piccoli Pazienti, tanti, ricoverati per dare a ciascuno una spiegazione e una parola di incoraggiamento. Particolare attenzione rivolgiamo a due ragazzi di 7 e 10 anni che hanno subito ustioni su gran parte del corpo per incendi delle capanne ove abitavano. Questi casi meritano un discorso più lungo, più approfondito e particolare.
Partenza per l’Abazia di MVIMWA che si trova a circa 45 km da Namanyere collegata da una strada di terra rossa con tante buche.
L’Abazia fondata nel 1965 ha subito vari lavori di ampliamento ed ora conta di vari complessi: alloggi per i frati, per i padri e per gli ospiti.
Ampie sale per convegni e da pranzo. Le principali attività sono l’agricoltura, intensiva, e l’allevamento di bestiame di ogni genere. Poco distante è stato creato un Centro per accoglienza ambulatoriale e per eseguire medicazioni e semplici interventi chirurgici per lo più di emergenza, anche qui trovo un bimbo ustionato che i frati curano con molto scrupolo. Anche in questo caso offro il mio contributo e prendo nota delle esigenze degli operatori e della struttura per migliorare le prestazioni.
Nelle vicinanze si stavano celebrando dei festeggiamenti nella scuola per premiare gli studenti che si erano distinti durante l’anno scolastico.
Cerimonia grandiosa e solenne con tante autorità, musica e abbondanti mangiate. Sulla via del ritorno carichiamo prima sette ragazzini che tornano verso il nostro villaggio, ma dopo poco imbarchiamo alcune donne rimaste a terra per un guasto del loro mezzo sfondato per il troppo carico, ma non finisce lì, poco dopo altri ragazzi e ragazze, viaggiamo come grappolo umano.
La sera dopo cena mi intrattengo a discorrere piacevolmente sugli incontri interessanti fatti nella giornata e sull’interesse suscitato in me dalle strutture e organizzazione dell’Abazia.
 


17 Domenica  Jumapili

Messa solenne e cantata da un numeroso e ben preparato coro che accompagna il canto a squarciagola con semplici passi di danza e partecipazione molto attenta e intensa. Grande partecipazione di fedeli, almeno quasi cinquecento e forse qualcuno di più.
Suggestivo il momento dell’offertorio nel quale entrano in Chiesa almeno dodici donne su due file che portano sulla testa l’offerta. Riesco a riprendere alcune immagini del coro, malgrado la poca luce, usando gli infrarossi e registro i canti capaci di suscitare molte suggestioni-
Oggi salto la semplice, ma sempre graditissima e fondamentale colazione, per sbrigare gli impegni in Ospedale, corro verso i reparti dove sono ricoverati gli operati perché voglio e debbo fare una ricognizione e ascoltare dagli infermieri le notizie sui casi più scabrosi.
Dopo partiremo immediatamente per KIPILI sul lago Tanganika ove arriviamo attorno alle dodici. La superficie del lago si trova a circa 800 m s.l.m. Lungo la strada, tutta sterrata e piena di buche, attraversiamo una valle infestata dalle mosche tze tze che sono causa dell’ encefalite che scatena la cosiddetta “malattia del sonno” sindrome non ancora completamente decifrata. Per questo motivo dobbiamo chiudere ermeticamente i finestrini del nostro fuoristrada. Sono della comitiva Dandah che come al solito guida come un fulmine, Ngenzi, l’anestesista Raimond e Lilli la maestria. Lungo il percorso incontriamo solo mosche che si spiccicano sul parabrezza, nessuna automobile, solo rari abitanti che a piedi fanno ritorno a casa con qualche pesce di medio taglio che si porta per se o in quantità maggiore che forse porta a vendere. Questi incontri avvengono maggiormente mano a mano che ci avviciniamo al lago. Quando, all’improvviso, raggiungiamo un’ altura dalla quale possiamo vedere in tutta la sua maestosità il più antico lago del Mondo. Vengo colto da un comprensibile sentimento di soggezione, ammirazione e gratitudine verso la Natura, opera divina, e verso gli amici e colleghi che mi hanno accompagnato. La sponda del lago di fronte a Kipili , dove ci troviamo, a circa 25-30 Km appartiene alla Rep. Dem. del Congo che i tanzaniani chiamano ancora Zaire, poco più distante si vede il territorio dello Zambia sulla stessa sponda, ma all’estremo sud del lago.
Riesco anche a farmi un formidabile bagno al largo nel lago, l’acqua è gradevolissima ad una temperatura appena leggermente fresca, pulita, i coccodrilli non si “dovrebbero” essere!
Poco più tardi mangiamo dell’ottimo e abbondante pesce arrosto, riso, manioca e tanti legumi bolliti e conditi con salse piccanti, immortaliamo l’evento con foto.
Incontro, e scambiamo anche alcune impressioni, due sud africani bianchi (Kris e Vivien) che si stanno trasferendo e insediando in questa zona per avviare un’attività di accoglienza turistica – umanitaria!
Tutti assieme facciamo per circa un’ora profonde e leggere riflessioni sullo stato di salute del Mondo, dell’Ambiente, della Natura, ma soprattutto dell’Umanità e delle Popolazioni, in alcuni casi così distanti tra loro, come nei casi dei paesi avanzati e quelli rimasti indietro, ma che arrancano e stanno cercando in tutti i modi di emergere preparando il Rinascimento dell’Africa e delle sue popolazioni stanche di contendersi risorse e povertà.
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Verso il pomeriggio facciamo ritorno a Namanyere giusto in tempo per una cena leggera seguita da una piacevole chiacchierata sulle mie impressioni della giornata e soprattutto sul mio entusiasmo di aver potuto ammirare un aspetto naturale eccezionale ed ancora completamente incontaminato rivolgendo i complimenti ai fortunati, per questo verso, abitanti di questa regione per altri così periferica e un po’ abbandonata.
 


Lunedì 18 - jumatatu

Dato che si sta avvicinando l’ora del mio rientro inizio da questa mattina un giro prestissimo all’esterno dell’ Ospedale per godermi la vista della vita che riprende, delle persone che di fretta si avviano verso le quotidiane attività, in motorino pochissimi, in bicicletta qualche fortunato, a piedi la maggior parte, anche tanti ragazzi e ragazzini che si avviano alla scuola.
E proprio questa mattina mi recherò a visitare la scuola di Namaniere.
Prima faccio il “giro” dei malati soprattutto di quelli che saranno operati
domani nella prima delle due sedute operatorie “grandi” della settimana.
Mentre ogni giorno è buono per le emergenze, basta avviare il motore a gasolio che produce l’energia per la camera operatoria, per i PC della direzione, per la radiologia e per le indagini ecografiche.
La visita alla scuola con Ngenzi e Lilli è molto interessante. Mi accolgono con estrema cortesia gli insegnanti con il loro preside un giovane attivissimo e tanti ragazzini tutti ordinati, disciplinati e costretti, si capisce, un po’ a forza nelle grandissime aule dignitose, ma bisognose decisamente di una mano di restauro. Segue una mia breve lezione di anatomia sul corpo umano per evidenziare gli organi più sensibili alle infezioni per trovare i consigli e le direttive per prevenirle. Ha dato degli accenni sulla funzione della cute, dell’apparato respiratorio e del digerente.
Usciti dalle aule ci siamo trattenuti all’esterno per farci delle belle foto ricordo in gruppo tutti molto gioiosi e attenti a dimostrarmi e a darmi la loro simpatia e la totale fiducia che io possa fare qualcosa per loro
Rientrato in Ospedale ci siamo subito riuniti nella stanza di Ngenzi con Dandah e Amando per definire i particolari di IT-TA 06 la sigla che abbiamo scelto per il progetto Italia – Tanzania 2006.
Questo progetto è rappresentato in sette punti:
- il preambolo e le premesse
- gli istituti riconosciuti già operanti a sostegno del NDDH
- i due istituti che si alleano per il rilancio: MED e MED Onlus e l’Amministrazione e la Direzione Sanitaria del NDDH
- Le esigenze del NDDH in ordine di priorità dall’acqua all’ energia via via fino ad un’ambulanza e alla tecnologie di telemedicina
- Nel progetto ha un largo rilievo il coinvolgimento dei giovani che vogliono avvicinarsi allo studio delle scienze mediche per l’attività infermieristica.
- L’offerta del NDDH a ospitare dal prossimo anno per un mese e per un training intensivo un medico e un infermiere neodiplomati.
- Le firme che ratificano l’impegno a realizzare il piano secondo il criterio delle priorità e della disponibilità dei benefattori.
 
  


Martedì 19 - jumanne

La mattina viene organizzata un’assemblea nell’atrio dell’Ospedale dove Dandah e Ngenzi illustrano prima l’intensa e costruttiva attività
realizzata durante il periodo della mia permanenza e gli impegni presi per poter migliorare le prestazioni medico - sanitarie ed educativi.
Prendo la parola per complimentarmi con tutto il personale dai medici che potrebbero fare molto di più se avessero i mezzi agli infermieri, dal personale addetto alle pulizie, ma soprattutto alle Suore che sono eccezionali, ciascuna nel proprio settore e infine rivolgo a tutti gli abitanti della Tanzania e di Namanyere in particolare tutti i segni della mia ammirazione e l’augurio ad una fattiva collaborazione.
A conclusione Dandah annuncia pubblicamente di aver preparato assieme a Ngenzi il certificato della mia permanenza al NDDH e che attesta la inequivocabile priorità come primo chirurgo italiano operativo nel distretto di Sumbawanga - Namanyere. L’annuncio mi fa piacere e rende un po’ meno triste il mio rientro. Quindi ci spostiamo tutti all’esterno per una serie di foto ricordo, ci salutiamo tutti con calorose strette di mano ed abbracci ripetendo
tutti la promessa di rivederci appena passata la stagione delle grandi
piogge che di solito vanno da gennaio - febbraio a tutto aprile, quindi a sarà maggio.
Conclusa la cerimonia riprendiamo tutti le normali attività di reparto, di medicazioni, di consulenze. Ritorno a controllare alcune ecografie, nel laboratorio per rivedere degli esami di sangue in sospeso.
Mi rimane del tempo per dedicarmi alla camera operatoria, la seduta non è particolarmente impegnativa, ma tutti gli interventi di piccola o media importanza sono condotti rapidamente in modalità essenziale. La PA e la FC e AR del Paziente anestetizzato viene monitorata con una macchinetta digitale, poco più di un giocattolo!
Nel pomeriggio faccio una corsa al centro del paese per ricaricarmi il cellulare visto che domani mattina presto dovrò ripartire.
 
 
Mercoledì 20 - jumatano

Alle cinque sveglia, in mio onore e per atto di omaggio avviano la centralina elettrica per darmi la luce fino al momento della partenza.
Alle sei in punto ci mettiamo per strada che è ancora buio, con Dandah passiamo a prendere Ngenzi e Sister Mary, alla guida c’è Cristofor l’autista ufficiale del NDDH e ci dirigiamo verso Sumbawanga mentre comincia a far giorno e il sole si affaccia fra grosse nuvole. Lungo la strada incontriamo lunghissime file di ciclisti che trasportano carichi inverosimili, da borse a valige, da mobiletti a pezzi di ricambio per moto o carri, da cibarie a casse di bevande. Questo spettacolo, mi dicono, si ripete tutte le mattine presto in ogni senso di marcia, sono file di 20, 30 e anche più che si dirigono in tutte le direzioni, in uscita dai villaggi si avviano, sembrano felici, come vittoriosi, sorridenti malgrado la fatica che sembrano non avvertire, e dirigersi dalle proprie ad altre abitazioni o verso i mercati per barattare il loro carico. I ciclisti, sempre stracarichi affrontano le salite a piedi spingendo la bicicletta con il carico fino al culmine della strada per poi sfruttare la discesa a perdifiato, ma lottando per mantenere l’equilibrio. Durante la giornata le file si diradano per ricomporsi verso sera al ritorno.
Arrivati a destinazione nel centro di Sumbawanga, prima passiamo dal mercato dove una donnona simpaticissima, Evelin, ha preparato, su ordinazione dei colleghi dell’Ospedale, due “preziosissimi” vestiti tipici tanzaniani, coloratissimi e preziosamente ricamati, che mi vengono regalati con una semplicissima cerimonia, foto e calorosissimi abbracci! Quindi ci dirigiamo dal Vescovo Kyaruzi per relazionarlo del progetto IT-TA 06 che approva, ma soprattutto si impegna a sostenere nelle opportune sedi. Dopo passiamo da Sister Helena alla quale portiamo pure il progetto per il quale si mostra entusiasta, mi accompagna per un giro accurato per l’ospedale da Lei voluto e diretto, ma che ha bisogno di essere avviato e sostenuto da amministratori e politici perché gli utenti sarebbero numerosissimi, mi invita altresì a tornare, stabilmente o per lunghi periodi, per operare. Verso le 12 lasciamo Sumbawanga e ci dirigiamo verso Mbeya facendo tappa per un boccone a Tunduma ove mangiamo un ottimo quarto di pollo arrostito a testa, con patate fritte e salsette piccantissime per una spesa irrisoria!  Arriviamo ad Mbeya al tramonto inoltrato appena in tempo per fare un giro nella cittadina e prendere possesso della stanza assegnatami nell’ala nuova.
Cena, un po’ di TV , dopo tanti giorni di isolamento e dopo a letto poiché l’indomani ci saremmo dovuti alzare presto per prendere la corriera delle sette per DeS.
 


 Giovedì 21 - alhamisi

Ore cinque e trenta sveglia, ore sei e trenta sono con Dandah alla stazione delle corriere e alle sette in punto partiamo con un mezzo moderno fornito di aria condizionata e televisione che trasmette durante il viaggio spettacoli musicali e films. L’arrivo previsto a DeS è previsto per le cinque del pomeriggio. Ci aspettano, nella migliore delle ipotesi, dieci ore di viaggio. Durante il percorso facciamo soste brevissime per le emergenze fisiologiche, anche in aperta campagna, in una stazione di servizio ben rifornita ci passano uno spuntino e da bere con molta cortesia, altre brevi soste servono solo per sgranchirci. Mentre il volume e il numero dei pacchi dei miei vicini, alla partenza ragionevole e ben distribuito, aumenta ad ogni fermata perché i passeggeri conoscono le specialità caratteristiche per ogni tappa e quindi approfittano per fare spese. Da Mbeya la strada scende con ampi tornanti e dato che è chiaro è possibile ammirare grandiosi panorami di monti e boschi, incontriamo enormi tir-articolati carichi di lunghi e grossi tronchi provenienti dalle sconfinate e fitte foreste secolari del Paese, ma continuando con questo ritmo forsennato per quanto tempo vedremo ancora questi alberi?
Dandah mi dice che ci sono iniziative e organizzazioni che cercano di regolamentare gli abbattimenti, ma al momento non si notano ancora grandi risultati. Mi ricorda la riflessione di origine africana che fa più rumore un albero che si schianta al suolo di una foresta che cresce!
Per me questa immagine si addice bene all’esperienza che sto vivendo e può essere mutuata anche all’Umanità Discorriamo del tanto lavoro svolto assieme durante queste due settimane, del progetto avviato e soprattutto delle leve da attivare per realizzarlo, magari a tappe, ma con decisione. Cerchiamo le priorità, il modo per attivare in pieno la scuola per infermieri e ipotizzare qualcosa di simile per corsi universitari per medici e tecnici dei servizi sanitari.
Ci dilunghiamo e approfondiamo le caratteristiche antropologiche delle popolazioni della Tanzania e le grandi tribù o famiglie che in lingua kiswahili si chiamano Kabila. Le più numerose della regione di Rukua sono: i Wafipa, i Wapimbwe, i Wabende che sono prevalentemente stanziali agricoltori e commercianti, mentre i Wakonongo, i Wanyamnanga, i Wasukuma sono prevalentemente migratori dediti alla caccia,agli allevamenti e in parte agricoltori. Ignas Dandah che proviene da Iringa appartiene alla Kabila dei Wabena A questo proposito il racconto si fa lungo e complesso, ma molto interessante, perché si arriva a parlare dei famosi e quasi leggendari Masai, dei Wahehe e Wandali.
   Riviviamo le intense giornate lavorative passate assieme, rivediamo i casi più complessi, le patologie a maggiore incidenza come malaria, tubercolosi e gastroenteriti, ma anche le patologie neoplastiche, AIDS e morbo di Kaposi oltre a tutte le complicanze legate all’immunodeficenza acquisita per trasmissione o contagio con tutto il corredo sintomatologico, tipico della sindrome, e dei presidi assistenziali e farmacologici disponibili o irreperibili, ma previsti dai faraonici progetti internazionali.
Riprendiamo ad analizzare IT-TA 06 sotto diverse angolature per cercare di individuare i percorsi più semplici e diretti alla realizzazione in tempi ragionevoli delle tappe che ci siamo date. Con l’attivazione graduale dei singoli passaggi si avrà un grande impulso al miglioramento dei risultati terapeutici, con grandi vantaggi per le popolazioni, ma anche una grande ricaduta d’immagine per sanitari e amministratori che in tal caso potranno avanzare proposte per ulteriori lavori di ampliamento della struttura garantendo assistenza a più larghe aree di popolazioni garantendo allo stesso tempo un ampliamento del parco ambulanze attualmente ridotto al minimo e insufficiente, soprattutto nei quattro mesi delle grandi piogge.
Non possiamo fare a meno, io e Ignas, di evidenziare e ripeterci sempre la grande gratitudine che noi entrambi Medici vogliamo dimostrare a Padre Alcuin Njiranda che ci ha fatto incontrare e affiatare immediatamente tanto che ci sembra di esserci conosciuti da sempre!   
  


Venerdi 22 - Jumaa

 La mattina alle sei mi reco sulla spiaggia  di D e S per ammirare e riprendere l’immenso spettacolo del levarsi del sole, grandioso, unico, godibile solo dall’ Africa dell’ Est sull’ Oceano Indiano.
 
Dopo poco mi reco ad incontrarmi con i colleghi africani dell’ unico istituto oncologico
della Tanzania che nemmeno farlo apposta si chiama “OCEAN ROAD CANCER INSTITUTE”. Qui mi intrattengo a lungo con i tanti e attenti colleghi, ci scambiamo notizie, informazioni ed esperienze, ma soprattutto prendiamo l’impegno che al mio prossimo ritorno in questa terra ci incontreremo in un meeting scientifico nel quale mi daranno un ruolo centrale da trattare e presentare.
Nel primo pomeriggio corsa all’ aeroporto e rientro a Roma via Addis Abeba.
 


Sabato 23  - Jumamosi

Rientro a Roma dopo sedici giorni
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 

 

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